Testimonianze

Una serie di testimonianze di amici di Giampiero Fabbretti

Un colpo doloroso, anche per me, la morte improvvisa di don Giampiero quel pomeriggio di giovedì 26 gennaio di un anno fa. Un colpo doloroso e una grave perdita, la perdita di un collaboratore prezioso e quotidiano, che accadeva – oltre tutto – dopo la morte del vicario generale Mons. Eligio Francioni avvenuta pochi mesi prima, in un altro 26, quello del settembre 2011. Perdite pesanti non solo per il Vescovo impegnato nell’ultimo scorcio del suo ministero in Diocesi, ma per l’intera comunità diocesana pratese. Ma la sofferenza che vedevo nei volti dei parrocchiani di Reggiana e di altre persone quella sera stessa – volti spesso solcati da lacrime – mi confermava quanto don Fabbretti fosse nel cuore della sua gente e di quanti erano in rapporto con lui. Scompariva una figura sacerdotale autenticamente evangelica, un uomo mite e umile tutto preso dall’amore del Signore Gesù e del Vangelo, preso al tempo stesso dall’amore per la Chiesa, un amore per la Chiesa certamente ispirato al rinnovamento biblico, liturgico, ecumenico del Concilio Vaticano II. Scompariva un uomo di preghiera, di povertà e di carità, dedito a tempo pieno alla vita parrocchiale e diocesana, e disponibile verso tutti.

Nei primi giorni del mio ministero episcopale – lo ricordo bene – venne da me, mi parlò con sincerità di sé e anche, senza polemica alcuna, delle sue idee critiche nei confronti di questo o quell’altro aspetto della Chiesa, e mi disse che era disponibile a dare una mano. Ringrazio il Signore di aver intuito, in quel colloquio, al di là del “contestatore”, la sua bontà e il suo spirito schiettamente cristiano, ecclesiale e sacerdotale e di averlo poi chiamato a condividere con altri le responsabilità del centro diocesano. Non me ne sono mai pentito, neppure in alcuni momenti nei quali, su un problema o su un altro, non eravamo d’accordo. La confidenza con lui è stata tale che talvolta reagivo con una certa forza (magari sbagliando) di fronte alle sue posizioni che non mi sembravano giuste od opportune su questioni peraltro discutibili; ma la sua umile mitezza e il suo affetto – del tutto ricambiato – smussavano gli angoli. Come sei stato buono, don Giampiero carissimo!

Oltre a stimare – di lui – la spiritualità, l’assoluta dirittura, quell’evangelico disinteresse, la passione per la Parola di Dio e l’impegno tenace dimostrato per la fraternità presbiterale e la comunione ecclesiale, insieme alla volontà “programmatica” di stare vicino ai confratelli, ho sempre stimato anche la sua pastorale parrocchiale. È stato lui il fondatore, il padre, l’animatore del popolo di Reggiana, di quel “Villaggio” per il quale ha vissuto da pastore buono e paziente (anche quando sentiva l’amarezza causata da incomprensioni, delusioni e disaccordi): da pastore, aggiungo, capace, tra l’altro, di creatività. È intor- no a lui che il “Villaggio”, da agglomerato di persone di varia provenienza, è diventato una comunità aperta e aggregante nei confronti di quanti restavano marginali al cammino di fede. Ha fatto stimare la Chiesa, don Giampiero, ha contribuito a fare della sua parrocchia una comunità di credenti che con lui sono stati un “segno e uno strumento cristiano di unità per tutto un popolo” (cfr. Lumen gentium, 1).

Don Giampiero credeva che i cristiani – come spesso oggi si ripete, talvolta un po’ acriticamente – non devono chiudersi nel tempio: essi hanno il dovere di cercare e di stabilire con- tatti in ogni direzione nella società per offrire a chiunque, più o meno lontano, la testimonianza del Vangelo e della pace di Cristo. Ma come non ricordare, al tempo stesso, che gli stava a cuore anche il tempio come edificio sacro! A Reggiana (e non solo a Reggiana, del resto) la chiesa del “Villaggio” è arrivata dopo e come frutto di una riflessione all’interno della parrocchia, ma è arrivata bene: la chiesa, i locali parrocchiali annessi, pur piccoli, e l’ambiente all’intorno costituiscono un complesso bello, liturgicamente, artisticamente e umanamente bello. Grazie anche per questo, grazie a te e ai tuoi parrocchiani, don Giampiero!

Ho accennato di sopra, ma dovrei andare oltre i pochissimi cenni, alla sua collaborazione nel centro diocesano. Sia nel Consiglio presbiterale che nel Consiglio e nell’ufficio pastorale don Giampiero ha svolto un servizio prezioso ed esemplare, da lavoratore tanto fedele quanto silenzioso. Lo possono testimoniare i confratelli che hanno partecipato più direttamente ai Consigli diocesani; lo può testimoniare don Carlo Stancari che ha avuto don Giampiero come primo collaboratore nell’ufficio pastorale; lo possono confermare le religiose e i laici più impegnati nella corresponsabilità diocesana. A me, Vescovo, anche lui – quasi ogni giorno presente in ufficio – dava sicurezza. Fino all’ultimo giorno, fino a quel 26 gennaio 2012, quando il Signore – solo Lui sa perché – ha chiamato questo servo buono e fedele (Mt 25, 21) a entrare nella Sua gioia.

Mi sento commosso a pensarti e a ricordarti, Giampiero, a rivedere con la mente quella tua continua, dimessa e pacata presenza di umile servitore della comunità: commosso anch’io ripensando a quegli accenni di contenute lacrime di gioia che affioravano sul tuo volto quando, parlando tra noi confratelli, capitava di riferire qualche “fatto di Vangelo”; e commosso ricordando quel tuo saper unire, nelle nostre discussioni pastorali, la franchezza e la mitezza.

È bello saperci sempre uniti con te nella comunione dei santi.

Mons. Gastone Simoni Vescovo Emerito di Prato

 

 

Uno strumento della parola di Dio

Capillarità: con questa parola si possono intendere molte cose, ma quando la si attribuisce a un atteggiamento umano, è necessario fare molta attenzione, soprattutto se vogliamo metterla in pratica; può infatti risultare assai difficile applicarla coerentemente.

Io me la sono trovata davanti come una necessità, e, come dicevo, ho trovato difficile metterla in atto ad ampio raggio. A un certo momento della mia vita alcune persone cominciarono a criticare le mie scelte mettendo in discussione la mia capacità di seguirle. Questa cosa fece precipitare la mia autostima e fu proprio allora che incontrai don Giampiero. Ero appena entrato in chiesa quando percepii una fievole voce e un sorriso appena accennato che con gioia negli occhi mi chiese se volessi confessarmi. Per la verità non ero entrato in chiesa per farlo, ma quel prete mi aveva trasmesso qualcosa di coinvolgente e compresi che era necessario fare quel che mi aveva invitato a fare. Era come se mi avesse rivelato il valore autentico di quel sacramento.

Con il passare del tempo ho vissuto con continuità l’operare di don Giampiero notando come lui non tralasciasse niente e nessuno: si rapportava a chi aveva davanti con grande discrezione e, insieme, con grande attenzione a ogni dettaglio, in profondità.

Conobbi don Giampiero a metà degli anni Novanta, ma ho avuto anche la possibilità di conoscerlo nel suo operare precedente consultando le cronache parrocchiali. È qui che ho incontrato le sue osservazioni sociali, politiche, relative alla vita della parrocchia. Ero colpito soprattutto dall’importanza che dava prima di tutto agli ultimi, ai bambini, al loro andamento scolastico, alla loro socializzazione, al rapporto con i genitori, all’importanza da dare alla collaborazione con le insegnanti, ma, in genere, alla priorità che dava all’educazione di chi in- contrava nella parrocchia, senza porre al primo posto la fede come prerequisito per instaurare un dialogo, ma mirando inve- ce a far passare la centralità di Dio nella pratica sociale, senza apparire.

Mi colpiva la quantità di fenomeni che metteva in evidenza nel corso di una riunione. Dando risalto a un risultato elettorale, alla collaborazione, anche se difficile, con le forze politiche, alla visita pastorale del vescovo che rischiava di passare a livello solo formale senza far emergere i fini che quella visita si prefiggeva, per esempio l’apertura e la collaborazione con altre confessioni religiose. Insomma Cristo lo aveva portato a operare in questo luogo e tutto ciò che in questo luogo accadeva doveva avere il giusto risalto. Mi viene in mente il passo del vangelo della Trasfigurazione e di Pietro che dice a Gesù: Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Invece poi tutti ritornano fra gli altri e noi comprendiamo che il nostro posto è in mezzo agli altri.

Ecco, il comportamento di don Giampiero era esattamente questo, si trattava di un messaggio che aveva un calore e un sapore, non si trattava solo di usare lo strumento della scrittura o quello della voce, ma quello ben più potente della testimonianza tramite il comportamento.

È questo comportamento articolato che ho cercato di esprimere con la parola capillarità che è poi ciò che ha coinvolto la mia vita portandola al livello di un’esperienza concreta.

Alessandro

 

La testimonianza di un parrocchiano, amico e confratello

Ho conosciuto don Giampiero quasi 50 anni fa. Lo incontrai per la prima volta a un incontro dei giovani di Azione Cattolica a Galciana: era stato ordinato da pochi mesi. L’ho rivisto spesso quando faceva servizio al Soccorso, con mons.Aiazzi, fino a che a un certo momento diventò mio parroco. Accadde quando fu costituita la parrocchia di Sant’Antonio a Reggiana e le case di via del Malfante vennero separate dalla parrocchia di S.Giusto e assegnate alla nuova parrocchia. Era la fine degli anni ‘60: anni difficili, complessi, con tanti turbamenti sociali e politici che si riflettevano nella allora giovane comunità del Villaggio. Don Giampiero se ne assunse il carico con intensa partecipazione, sostenuto dalla sua famiglia.

Impegnato com’ero a livello diocesano, feci tuttavia di tutto per dare un aiuto alla nuova parrocchia e con i giovani universitari cattolici (FUCI) cominciammo a fare catechismo a Reggiana. Fu un impegno importante, vissuto con passione dai fucini e dalle fucine. Nacque allora un’amicizia dai profondi connotati umani e spirituali tra don Giampiero e Ivana Marcocci, che è poi sempre rimasta fedele a lui attraverso le sofferte vicende del- la sua vita: fu proprio don Giampiero a celebrare il suo funerale nella nuova Chiesa di Reggiana.

Poi, entrando in seminario a Roma, il mio rapporto con don Giampiero ha assunto dimensioni diverse. Quando potevo, tornando da Roma, andavo a trovarlo, specialmente in occasione delle grandi feste liturgiche. Quando diventai diacono, fu proprio a Reggiana – la mia parrocchia – che celebrai il mio primo battesimo e una delle mie prime celebrazioni eucaristiche fu nella chiesa del Villaggio.

Di anno in anno il nostro rapporto si è sviluppato; a un certo punto cominciai a dargli del tu, perchè ormai non era più semplicemente il mio parroco, più anziano di me, ma collaborava- mo strettamente in varie attività, all’inizio quelle ecumeniche, poi quelle pastorali fino ai periodici incontri nel consiglio episcopale. Era una collaborazione stretta anche se fatta di con- tatti più telefonici che personali, una collaborazione basata su un’amicizia profonda.

C’è stata tra noi due una sintonia notevole, che è emersa particolarmente in un fatto apparentemente sorprendente, il rap- porto cioè con il rinnovamento carismatico o nello Spirito. All’inizio don Giampiero era un po’ perplesso dinanzi a questa esperienza, che io avevo incontrato a Roma e in modo determinante negli Stati Uniti. Tornato in diocesi avevo poi operato con Anna Coppini – in particolare – per sviluppare questo cammino di rinnovamento della vita cristiana.

Passò qualche anno e seppi che egli era venuto a conoscere l’esperienza milanese di sant’Eustorgio. Fu così che nacque a Reggiana l’esperienza delle cellule, sul modello di don Pigi, per il rinnovamento della vita parrocchiale, un’esperienza frutto ‘ecumenico’ del rinnovamento carismatico.

Volevo bene a don Giampiero, perché era un uomo onesto, at- tento ai bisogni degli altri – specie dei poveri -, di un grande cuore; era un sacerdote vero, dall’esperienza profonda di Dio, ricco di misericordia e di comprensione: amava la Chiesa e per questo soffriva di alcune cose che ne incrinavano la credibilità, amava la preghiera. Ha sempre operato per ricucire i contatti tra le persone, per ristabilire l’unità innanzitutto umana. Ogni volta che ripenso a lui, mi viene in mente il suo atteggia- mento quieto, ridente, in tanti momenti sdrammatizzante, il suo gusto delle cose profonde e belle. Risento lo stesso vuoto che ho avvertito quando ho ricevuto la notizia della sua mor- te improvvisa, un vuoto attenuato dalla fede e dalla speranza dell’incontro futuro, ma pur sempre un vuoto, il vuoto che lascia sempre la perdita di una persona cara.

Don Basilio Petrà

Don Giampiero, fratello nel sacerdozio e nel servizio alla diocesi per molti anni, nella discrezione e nella libertà mite, ma mai arresa al sopruso o alla doppiezza, di chi ha già consegnato tutto se stesso al Signore e alla Chiesa. Una vera grazia l’essere stato con lui in organismi diocesani che talvolta possono apparire burocratici, ma che anche con lui abbiamo vissuto come luoghi di comunione e di discernimento spirituale e pastorale per il bene comune della nostra amata Diocesi in visita al Regno di Dio. Fu la sua bontà a colpirmi; lui sapeva molto di me e io di lui: due mondi diversi, eppure in una collaborazione leale al ministero del vescovo. La serenità che sdrammatizza, la delicatezza che dice la verità senza ferire, l’apertura all’inedito dello Spirito, il primato della Parola evangelica, l’attenzione ai piccoli e ai poveri, la sensibilità ecumenica e ai “lontani”, l’attenzione ai margini e alle frontiere: tutto questo e altro, me lo fanno ricordare come una persona che ha saputo voler bene senza chiusure, preconcetti, pregiudizi, esigenza di cambiali e credibilità anticipate. Talvolta ci disarmava, quando nell’itinerario di discernimento su questioni delicate, ci richiamava alla semplicità e immediatezza nel Vangelo “sine glossa” e “sine proprio”, cioè senza manomissioni e senza tornaconto, di francescana memoria. Amo ricordarlo un po’ monaco e un po’ frate, contemplativo e costruttore di ponti. Prete certo, ma un uomo che ha saputo fare sintesi tra l’essere e il fare, tra la solitudine con il suo Signore e lo stare con tutti e ciascuno in particolare. Sentivo gli echi della sua molteplice attività (non attivismo!) anche da lontano. E ne ho sempre gioito e, in parte, usufruito.

Come è naturale, è stato educato dalle prove della vita, dalla consuetudine con il cuore degli uomini che bussano al cuore del prete, dagli scarsi riconoscimenti ecclesiastici (post mortem, appunto, tutti si sono pronunciati positivamente su di lui), a vivere in umiltà e in letizia quasi fanciullesca. Oggi ne facciamo memoria con gratitudine e con volontà di non disperderne la preziosa eredità.

Don Carlo Stancari

 

ormai passato un anno da quando don Giampiero è tornato alla casa del Padre, e quest’anniversario, triste perché don Giampiero non è più in mezzo a noi, lieto perché lo sappiamo nella gloria di Dio con gli angeli e i

santi, ci dà l’occasione di ricordarlo con affetto. La mia vita si è incrociata con quella di Giampiero subito dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, quando suo padre era già morto. Eravamo due bambini e i nostri paesi erano a qualche chilometro di distanza, per quei tempi una distanza non facilmente colmabile soprattutto per dei bambini, inoltre Giampiero, come sapete, ha passato alcuni anni in orfanotrofio: tutto questo ci ha impedito di vederci spesso, tuttavia le nostre famiglie erano vicine per- ché appartenevano alla stessa parrocchia di Usella e ho avu- to la possibilità di conoscere fin da piccolo mamma Luisa, Giuliana e Giuliano, i fratelli di Giampiero che lo hanno preceduto nell’incontro con il Signore, e di vivere vicino a loro quando io sono stato collaboratore del parroco di Vaiano (dal 1963 al 1967) e la famiglia di Giampiero abitava proprio in Badia.

Della mia infanzia ho un ricordo lontano di Giampiero: sono stato una volta soltanto nella sua casa, in località Rocca Cerbaia, dove una stradina, partendo dalla statale da- vanti all’asilo delle Suore Mantellate, scendeva verso il fiu- me Bisenzio per attraversarlo su un piccolo ponte. Si saliva una scaletta piuttosto malandata per entrare in un locale buio e povero, dove viveva Giampiero con la sua famiglia: devo dire che mi colpì la povertà del posto, anche perché ero abituato a una casa grande e luminosa.

Poi ci siamo ritrovati in Seminario. Fu una cosa movimentata perché dovemmo chiedere al Vescovo di Pistoia e Prato, Mons. Giuseppe De Bernardi, l’autorizzazione a entrare nel Seminario di Prato, noi che appartenevamo alla Diocesi di Pistoia.

Ricevuta l’autorizzazione, siamo entrati nel Seminario di Prato, era l’ottobre del 1950. Cinque anni a Prato, sette a Firenze, poi l’ordinazione sacerdotale nella cattedrale di Prato: il 29 giugno del 1962.

In questi dodici anni di seminario ho avuto la possibilità di approfondire la conoscenza di Giampiero, di scoprire la sua cocciutaggine nel portare avanti le cose che gli interessava- no, la disponibilità nell’aiutare gli altri, la sua capacità e il suo impegno nella riflessione e nella preghiera, tanto che veniva soprannominato “il mistico”, e non era una presa di giro, ma un riconoscimento di queste sue capacità.

Negli anni successivi la vita nelle parrocchie ci ha avvicinato dal momento che per 33 anni siamo stati confinanti, lui al Villaggio Gescal e io prima al Soccorso e successiva- mente al Pino: le occasioni per incontrarsi erano numerose, anzi, quando eravamo giovani sacerdoti, avevamo l’abitudine di incontrarci spesso con un gruppo di amici sacerdoti e quindi ero a conoscenza di tutte le battaglie che portava avanti con ostinazione, anche se qualche volta non ero pienamente d’accordo con lui, che comunque continuava ad andare avanti per la sua strada. Divergenze che non ci impedivano di trovarsi ultimamente sempre d’accordo nel riconoscere che la Chiesa italiana stava tornando troppo verso quel devozionalismo che noi avevamo “combattuto”, non perché contrari alla preghiera e alla vita spirituale (se no che mistico sarebbe stato Giampiero!), ma perché aiutava e aiuta tanti a rinchiudersi in una serie di pratiche religiose dimenticando “il servizio alle mense”, per usare un termine ripreso dalla Parola di Dio, quel servizio e attenzione agli altri che sono la caratteristica del cristiano.

Infine i due anni durante i quali ho abitato nella sua canonica, dove mi capitava spesso sentire i suoi pareri e anche i suoi sfoghi, quando qualcosa non andava secondo i suoi desideri o si sentiva un po’ incompreso nelle sue iniziative dai suoi parrocchiani (bisogna riconoscere che non era sempre facile andare dietro alle sue idee).

Ora non mi rimane altro che scambiare con lui le nostre preghiere, lui dalla casa del Padre, io soprattutto quando passo davanti al cimitero di Galciana, in quella Comunio- ne dei Santi che ci ha uniti durante la nostra esistenza terre- na, che continua a unirci ora, nell’attesa di continuare per sempre dopo il nostro ritorno alla casa del Padre, quando potremo vedere Dio faccia a faccia.

Una cosa, però, gli rimprovero: non ha aspettato il 29 giugno 2012, quando avremmo potuto celebrare insieme il nostro cinquantesimo di sacerdozio.

Don Paolo

 

già passato un anno dalla sua scomparsa, e devo dire che il sentimento che più mi ha accompagnato durante questo anno è stata la sua mancanza. Tutte le volte che passo per le strade della sua parrocchia e vedo la sua chiesa mi viene in mente il ricordo di lui. Lui parroco di S. Antonio in Reggiana dal 1967, dopo cinque anni dalla sua ordinazione. Mentre io parroco di S. Maria a Capezzana dal 1969. Abbiamo sempre vissuto spalla a spalla il nostro impegno pastorale per lunghissimi anni, sempre vissuti con profonda amicizia. Sento la sua mancanza perché era un prete (così lui amava chia- marsi) umile, anche se aveva un carattere forte. A cinquanta anni dal Concilio Vaticano II devo dire che don Giampiero era un prete conciliare a 360 gradi. Don Giampiero amava profondamente Dio. Amava Gesù e la sua Parola. Amava la Chiesa: La Chiesa di Prato. Aveva sempre contestato un certo autoritarismo perché amava una Chiesa aperta al dialogo con tutta la società. Amava la Chiesa povera. (E lui è vissuto povero). Amava la Chiesa e in modo particolare la Parrocchia che il Signore gli aveva affidato. Quanta passione nel costruire la chiesa di mattoni, ma anche quanta passione nel costruire la chiesa dei cuori! Con la venuta di mons. Gastone Simoni si è sentito più a suo agio. Per amore alla Chiesa ha accettato di fare il segretario del Consiglio Presbiterale, poi del Consiglio Pastorale, infine il direttore dell’Ufficio Pastorale. Era anche il segretario della nostra zona pastorale. E come sempre si dedicava anima e corpo a questo impegno per lunghissimi anni con puntualità e serietà. E lui ci ha dato testimonianza con umiltà e pignoleria. Era un prete innamorato di Dio, di Gesù Cristo, della Vergine Maria, della Chiesa, e della sua vocazione. Le frasi stampate sul ricordo della sua morte ne sono la testimonianza chiara. La foto lo è ancora di più. Ecco perché sento la sua mancanza.

Don Alberto Maggini

 

Una cosa si deve dire di Giampiero: è sempre stato vicino a chi si trovava in difficoltà, pagando anche di persona. Anzi prendo l’occasione, sebbene dopo tanti anni, di ringraziarlo per la sua attenzione nei miei confronti in un momento difficile a causa di certe mie scelte non da tutti accettate. E mentre mi vedevo chiudere tutte le porte, Giampiero mi ha aperto la sua, ospitandomi.

Ha subito per questo tante critiche. Tante polemiche. Contrasti, specialmente nell’ambiente religioso. Mettendo in gioco la sua stessa vita sacerdotale. Ma mai Giampiero si è tirato indietro. Un vero amico. Con- vinto delle sue idee. Uomo tutto d’un pezzo.

Grazie, Giampiero, perché in quella complicata situazione non hai spento il lumicino tenue della speranza, ma con la tua so- lita generosità mi hai permesso di celebrare la Messa nella tua chiesa.

Altrimenti chissà dove sarei ora. In seguito ti sei dato da fare per trovarmi una casa in via Gello. Grazie per quando hai mandato i tuoi primi catechisti a rende- re meno gravosa la solitudine. E mi hai fatto conoscere a Camaldoli don Benedetto, incontro per me importante. Per ora vorrei concludere così: Caro Giampiero, se sono ancora prete è (forse) colpa tua.

Un capitolo importante sarebbe ricordare Giampiero con i suoi intimi amici della Darsena di Viareggio: Beppe Socci, impagliatore di sedie, e Sirio Politi, il fabbro. Ora si trovano tutti lassù.

Don Mauro

 

Ci vediamo prossimamente a S. Giusto alle 21!era questo il saluto pronunciato sovente da don Giampiero, che curava con informazione solerte e appassionata il Consiglio della Forania Prato sud ovest, formato dai sacerdoti e da alcuni laici delle nove parrocchie di quella zona vicariale la cui sede era

appunto a S.Giusto. Durante il suo impegno come direttore dell’ufficio pastorale diocesano, don Fabbretti fu sempre attento e delicato verso i confratelli sacerdoti e verso tutte le persone che partecipavano ai vari incontri. Per quanto era di sua competenza preparava le riunioni con precisione senza nulla trascurare, valorizzando ogni persona nella propria individualità pur nel contesto di una più ampia espressività. Don Giampiero era attento con quanti si relazionava, rispettando i tempi di tutti. Tuttavia, pur conciliante, era determinato, quando con grande saggezza, facendo appello anche alla sua esperienza di vita, assumeva un atteggiamento decisionale. Si presentava impeccabile e denotava una garbata signorilità che esternava con autentica bontà, sia nei rapporti interpersonali, sia quando con gesti misurati solenni e semplici indossava il camice bianco per la celebrazione dei momenti liturgici. Di lui si ricordano la grande mitezza e il temperamento pacato che veniva da un’educazione “lontana”. Egli era uomo nel senso più bello e più nobile della parola, sublimando così il genere umano, senza nulla togliere al sacerdozio di cui aveva un’altissima considerazione. Era accogliente con tutti senza distinzione di sesso, non avendo nessuna preclusione nei confronti del mondo femminile. Don Giampiero nel “pianeta donna” vedeva un interlocutore, un soggetto di complemento positivo per la crescita armoniosa del genere maschile. Egli rivelava così un tratto sereno, evidenziando una vita ordina- ta, nella trascendenza e nella pace. Tutti noi proviamo riconoscente serenità nel ripensare a questa figura di uomo e di sacerdote, coniugando queste due realtà dalle quali scaturisce un’unica bella persona!

Maria Ciambellotti

 

Caro Giampiero,

un anno fa te ne sei andato, “insalutato ospite”, in una sera d’inverno, in punta di piedi, in un attimo un grido che ti ha partorito ad una nuova vita. Ma ancora tutto parla di te in questo piccolo angolo di mondo, ancora attraversi le strade col tuo passo svelto e leggero salutando tutti con un sorriso. Ti sentiamo ancora vivo in questa chiesa che hai voluto così bella per aiutarci ad innalzare lo sguardo verso Dio, bellezza infinita e per dare più valore e dignità al Villaggio; era un semplice agglomerato di case e persone quando sei arrivato giovane parroco nell’ottobre 1967 con tanti desideri, speranze, con tanto entusiasmo.

Hai trovato insieme a tante persone disponibili anche muri scoraggianti, rifiuti, diffidenze ma non hai mai perso la fiducia e ogni volta con tenacia hai ricominciato a cercare di aprire strade nuove.

La tua morte non ha interrotto il dialogo né l’amicizia che ci ha uniti per più di 40 anni; nonostante le difficoltà e le incomprensioni siamo sempre stati vicini, fratello e sorella, compagni di cammino, uniti dalla passione per il Vangelo e dal desiderio di servire il Signore Gesù nei poveri.

Abbiamo vissuto insieme tante esperienze belle e negli ul- timi tempi ci accomunava la passione per lo studio dell’ebraico biblico. Che gioia quando potevamo studiare e pregare insieme a tanti amici a Roma o a Valledacqua dove andavamo per approfondire la Scrittura! Ci dicevamo che così doveva essere il Paradiso…

Avevi imparato fin dal seminario quell’indifferenza “ignaziana”, che ti contestavo perché poteva farti apparire di- staccato dalle persone e dagli avvenimenti. Avevi invece una grande sensibilità che si manifestava nel tuo amore per l’arte, nella tenerezza verso i piccoli, nella preghiera, nella commozione che affiorava spesso sul tuo volto e che non riuscivi ormai a contenere.

Non ti sei mai chiuso in te nonostante le incomprensioni, le ostilità, i tradimenti vissuti, anzi con gli anni ti sei aperto ancora di più alla comprensione e all’amore. Avevi certo i tuoi difetti che però ora non ricordo più, ma non toglievano nulla al tuo animo nobile e generoso; non ti ho mai sentito parlare male o condannare qualcuno, avevi un grande rispetto per tutti e camminavi come in punta di piedi su questa terra, per non calpestare nessuno, mite e umile di cuore.

La vita che amavi non ti è stata tolta, ma si è trasformata e trasfigurata in Dio, che hai cercato, “pellegrino dell’Assoluto” e alla cui volontà ti sei sempre abbandonato con fiducia “Gesù mi metto nelle tue braccia”!

Ringrazio il Signore di averti incontrato e ringrazio te per la tua amicizia che ancora mi sostiene e mi dà forza nel cammino della vita.

Mila

 

Un’amicizia da completare

La sua umiltà mi aveva ingannato, l’eloquio incerto, mi aveva sviato.

La sua attenzione mi pose in attesa.

La sua misura alle spese mi aveva interdetto, la sua povertà mi aveva depresso.

I suoi doni nascosti mi aprirono il cuore.

Non son potuto veniredissi in fondo alla festa.

Neanch’io son potuto venire al tuo invito:

Ascoltava le cose e pensava – non era distratto.

In un saggio silenzio celava la sua volontà, ardua a capire e per questo nascosta.

Eravamo vicini, proprio prossimi al punto.

L’amicizia era a portata di mano.

La completeremo un giorno – in un mondo diverso.

Claudio

 

Caro Giampiero

Quasi un anno si è compiuto dalla tua morte improvvisa. Oh! Come vorrei poterti parlare in pieno volto, quel volto sereno, sempre in ascolto. Tu sei stato sempre accanto a me.

Eri presente in un alba grigia di maggio di tanti anni fa quando Mario e Daniela, miei genitori si sposarono.

Eri lì quando mi portarono ancora fanciullo all’acqua del battesimo.

Eri lì quando ti inginocchiasti di fronte a me, ancora bambino, per la lavanda dei piedi nella preparazione alla prima comunione.

Mi ricordo chiaramente il mio imbarazzo e il tuo sorriso semplice e per questo potente. Ma il mio cuore di ragazzo batteva un altro ritmo, fremeva in me una forza misteriosa che mi spingeva lontano. Lontano da te, dalla tua testimonianza evangelica pura, da mia nonna MariaLuisa a te tanto devota, la ricordo ancora con la corona del rosario in mano.

Quando ruppi il guscio della sottomissione rituale?

Sì dico sottomissione, e immagino che i tuoi occhi si stringerebbero dallo sforzo per sostenere il colpo nel tuo cuore sensibile. Sottomissione a riti meravigliosi ma sciupati dalla fretta di una Chiesa Matrigna che così, anticipando tutti i tempi della consacrazione nel nome di Cristo, crede e si illude di tenere a sé i suoi figli.

Come si può insegnare la religione della libertà e chiedere la Confermazione a 13 anni, quando siamo ancora bambini acerbi al mondo?

Sì ricordo il giorno della rottura con te e con la Chiesa che tu per me rappresentavi. Era il giorno della mia Cresima.

La tua chiesa era bella, sì, anche se aveva il corpo di una fabbrica, aveva lo spirito della luce che tu, avido cercatore della Verità vi avevi infuso.

Basta guardare la luce di queste vetrate che oggi adornano la nuova chiesa di Sant’Antonio a Reggiana per emozionarsi e tutti, tutti, possono leggere in questi simboli la profondità della tua fede.

Noi ragazzi avevamo fatto un bel percorso, vivido, interessante. Eravamo lì, emozionati più che per la scelta della santa sequela di Cristo, per la confusione e la trepidazione del momento di fronte a tutte le nostre famiglie riunite.

Ed eccolo, il pastore delle genti, arrivò con il suo incedere di vegliardo regale, vestito con la mitra ed il mantello viola, con una mano benedicente e con l’altra, la destra, stretta attorno al bastone del comando.

Il vescovo, il Monsignore, il pastore delle genti.

E con lo sguardo serafico di chi gode di questo potere.

Nel mio cuore di ragazzo, di fanciullo, si lacerava un velo, quello che separa la ragione dal cuore. La mia mente tentava disperatamente di spiegare che non c’era niente di strano in quel buon vegliardo che ci benediceva sorridendo amabilmente, ma il mio cuore selvaggio gridava un’altra voce:

“Va via di lì!”. Cerca la verità, Dio è Amore, quindi il massimo dell’Umiltà.

Da quel momento in poi si spense completamente la passione per la parola di Dio, racchiusa in un sepolcro imbiancato di cui quel buon vecchio per me rappresentò sempre l’impenetrabile guardiano.

Tu Giampiero vedevi e capivi tutto, ora lo sò, ma allora non lo capivo.

Ricordo un momento in cui tu mi lasciasti l’ultimo appiglio, a me ormai adolescente in fuga, sulla via della parola di Verità. Mi raccontasti la parabola del Cercatore di perle che spende tutta la vita a cercare la Perla Magnifica, quando la trova vende tutto ciò che ha ed è felice.

Ma se il cercatore si fermasse e dopo anni di ricerche perdesse il coraggio con l’ultimo guscio in mano e lo gettasse via?“.

Queste parole mi restarono appiccicate addosso per i vent’anni che seguirono, fino ad oggi.

Le acque della vita fecero il loro corso ed ecco l’incontro con Nadia, mia moglie e di nuovo in cammino grazie a lei sulle vie della parola di Verità.

Ti ricordi come eri felice il giorno che celebrammo il nostro matrimonio, nella piccola chiesa di Gricigliana?

Io e Nadia non potremo mai smettere di ringraziarti per la gioia di quel giorno, era il lunedì dell’Angelo di 8 anni fa, pioveva, ma per noi splendeva il sole.

E da lì il tuo incerto figlio Giovanni di nuovo in cammino, un cammino mai interrotto, dietro all’ansia della ricerca del senso di questo pellegrinaggio che è la vita.

L’Ateismo, il materialismo, il dominio delle brame dei sensi, il taoismo, il buddhismo.

Tanti luoghi ho visitato e sempre tu eri accanto a me, e io non lo capivo.

Poi il fiume della vita mi spinse fino all’incontro con Gandhi, profeta dell’Uomo che deve venire, e proprio lui, con le parole di Giuseppe Lanza del Vasto, filosofo e allievo di Gandhi in occidente, mi riportò alla fonte viva della scrittura.

Sempre nel dubbio, sempre nel travaglio, irrequieto e instabile, sempre io.

Venivo spesso nella tua chiesa meravigliosa al mattino prima di andare al lavoro, tu a quell’ora celebravi la messa nella cappella.

Io me ne stavo in fondo alla chiesa a cercare un momento di pace dentro di me.

Poi ci incontravamo fugacemente, un saluto, un consiglio, un abbraccio, mai una volta mi dicesti con l’occhio del giudizio: “Perchè non vieni alla messa?”.

Troppo grande la tua sensibilità di uomo per capire che sarebbe bastata una frase così per risvegliare in me lo spirito di Libertà che mi avrebbe costretto alla fuga, fuga da una celebrazione che risuonava in me come puro dogmatismo.

E così me l’hai fatta caro Giampiero, e mi sembra di vederti sorridere accanto a me, con quella gioia pacata che era così contagiosa per tutti.

La tua morte improvvisa ha sconvolto tutti, specialmente tuo figlio Giovanni.

Ma è stato uno shock ben misterioso, che ancora stento ad accettare fino in fondo…

Il signore ti ha chiamato a Sè il giorno precedente del compleanno di mia figlia Vivian, che quest’anno compie tre anni.

Il giorno prima della liberazione di Auschwitz, a te figlio di un martire innocente sacrificato sull’altare della bestia del nazismo.

Mesi intensi nella mia vita pieni di gioia e dolore assieme.

E poi l’incontro con te. Sì caro Giampiero, lo sai che i segreti tuo figlio Giovanni non sa proprio tenerli, lo sanno bene tutte le persone che mi amano!

Sì in virtù del nome che mia madre Daniela mi ha dato, che Mila, sorella e guida nella fede, mi ha insegnato a pronunciare correttamente, Io Yehochanan, che in ebraico significa “Il Signore ha avuto misericordia” vi dò un lieto annuncio, Giampiero è risorto!

Sì è vivo e regna nella dimensione della luce qui accanto a noi, assieme a tutti i nostri simili che sono “Andati oltre”, per usare l’espressione di Padre Giovanni, dopo la passione che ognuno compie su questa terra, con questa mescolanza di Gioia e Dolore.

L’ho detto caro Giampiero, hai voglia ad alzare gli occhi al cielo, lo so che ti avevo promesso di non dirlo, ma lo sai è la mia natura!

Sì noi ci siamo incontrati a faccia a faccia, era l’alba del venerdì santo dell’anno scorso, in un momento di grande sofferenza personale. E da allora non mi hai più lasciato e mi hai trasformato in un vero discepolo, con la gioia e la passione che tu avevi.

Hai cominciato a svelarmi i segreti della tua chiesa meravigliosa che hai costruito curando i minimi particolari, hai cominciato a svelarmi i segreti della scrittura, e a trasfondermi la pace, la forza e la gioia che danno.

E mi hai chiesto di venire qui, al centro della tua chiesa, a parlare a tutti della meraviglia della parola di Dio, e mi perdonerai se ho raccontato anche i particolari che mi avevi chiesto di tralasciare, lo sai sono sempre stato un ribelle, uno sfrontato, un incorreggibile monello, ma vi assicuro, Giampiero e tutti i miei cari mi sono testimoni, se l’ho fatto l’ho fatto per Amore.

E incerto sono andato al centro della tua chiesa, proprio sotto l’apertura del grande cerchio della sala dell’assemblea. Ho fatto silenzio, tutti hanno fatto silenzio con me. Poi ho alzato il capo, lo sguardo rivolto verso la croce aperta alla luce dietro l’altare, ho aperto il braccio sinistro verso il simbolo della luna, la destra verso il sole.

E la mia bocca ha parlato:

E il verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”.

“A quelli che lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”.

E proprio in virtù di questo potere, che Gesù con il suo esempio ci ha indicato, ognuno in nome suo è Discepolo, Re e Sacerdote: discepolo perché è secondo la sua volontà che dobbiamo agire e vivere; Re quindi responsabile della realizzazione del Regno di Dio su questa terra e Sacerdote, così chiamato a parlare con la voce della sua parola.

Abbiamo recitato il padre nostro tutti assieme, come una sola persona, e poi ci siamo abbracciati in virtù della fratellanza a cui siamo chiamati.

Giampiero vive con noi, Gesù vive con noi, noi viviamo in loro.

“Il loro cuore vivrà per sempre”. Grazie

Giovanni Lenzi

Letta nella commemorazione del primo anniversario della morte di Don Giampiero Fabbretti nella Chiesa di Sant’Antonio a Reggiana. 26 Gennaio 2013

spiritoesposa

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